Decentralized Finance: visione storica e pratica del fenomeno (pt. 2)

di Giacomo Franzoso
18/02/2020
9 minuti

Nel precedente articolo abbiamo visto come il termine “DeFI” (Decentralized Finance) sia diventata una buzzword durante il 2019, in riferimento all’adozione più diffusa dei protocolli su Ethereum quali ad esempio MakerDAO o Compound. Si è inquadrato storicamente il fenomeno, definendo Bitcoin come la prima applicazione reale, dopo aver analizzato i punti di contatto e di lontananza con la scuola austriaca.

Questo articolo si sofferma maggiormente sull’ecosistema di Ethereum e sul ruolo di alcuni protocolli, divenuti di primaria importanza, per ciò che riguarda la diffusione del concetto di DeFi e la sua applicazione nel mondo reale. Si prenderanno ad esame alcuni casi d’uso ipotizzando una situazione di reale necessità riferendosi ad eventi accaduti negli ultimi anni, per capire se effettivamente i protocolli di DeFi possono essere uno strumento utile al cittadino. Durante quest’analisi ci si concentrerà sui protocolli più diffusi e su possibili scenari futuri, prendendo in considerazione, alla fine, le problematiche legate alla DeFi che potrebbero impedire il realizzarsi degli scopi che si prefigge.

Ethereum: the world computer

L’utilizzo del termine DeFi è stato portato alla ribalta dai nuovi protocolli che, effettivamente, propongono un’alternativa a quella attuale per accedere agli strumenti finanziari in quella che si indica come economiainclusiva”. Lo stack tecnologico utilizzato come base per il lancio di questi protocolli è Ethereum: a partire dall’idea fondante, Ethereum è stato strumentale nello sviluppo di un ecosistema finanziario alternativo, attento a precise tematiche economiche riguardanti una maggiore inclusività.

Ethereum trae la sua origine da Bitcoin di cui ne replica l’infrastruttura tecnologica, ma con finalità diverse e ne sfrutta le potenzialità in modo da imporsi come un super-computer distribuito a cui è possibile far eseguire programmi complessi, gli smart contract. Per fare ciò, Ethereum implementa una virtual machine ad hoc, l’Ethereum Virtual Machine (EVM), che diventa l’ambiente di esecuzione per la computazione degli smart contract. La computazione necessaria per l’esecuzione ha un costo fisso, definito da un’unità di misura, il Gas, che viene pagato in ether, la criptovaluta nativa della blockchain Ethereum. Questo meccanismo permette di mantenere un costo fisso per la computazione, bilanciando così la volatilità dell’ether (ETH) con la stabilità del Gas.

Gli smart contract non sono un’invenzione di Ethereum ma vengono menzionati per la prima volta nel 1997 da Nick Szabo nel suo ormai famoso articolo “The Idea of Smart Contract”, in cui espone il concetto di questi contratti automatizzati portando come esempio quello del distributore automatico di bevande. Un’opinione comunemente diffusa per cui su Bitcoin non sia possibile eseguire smart contracts è errata, infatti fin dal principio ciò è stato possibile. La grande differenza sta nel il linguaggio utilizzato per codificarli: Bitcoin utilizza Script, un linguaggio non Turing completo, la cui esecuzione è prevedibile ai fini di una maggiore sicurezza; Ethereum invece utilizza Solidity, un linguaggio Turing completo che permette di avere maggiore flessibilità in fase di programmazione ma la cui esecuzione è meno prevedibile, quindi più soggetta a bug, anche gravi, che minano la sicurezza dello smart contract stesso (un esempio è il famoso hack di “The DAO” dovuto ad una scrittura errata del codice Solidity). La diatriba è ovviamente accesa anche rispetto a questa tematica ma entrambi gli approcci hanno accettato compromessi da una parte in favore della sicurezza, dall’altra in favore di una maggiore flessibilità.

Ethereum ha di certo puntato maggiormente sull’applicazione degli smart contract, e quindi su una maggiore programmabilità rispetto a Bitcoin, e fin da subito si è imposto sul mercato con finalità diverse anche se molto spesso vengono erroneamente paragonati.

La scrittura degli smart contract su Ethereum si è evoluta enormemente negli ultimi tre anni e, dopo episodi quali il già citato The DAO, c’è stata molta più attenzione nel deployment su mainnet per evitare disastri simili.

Ad un aumento della complessità nella stesura degli smart contract e alla creazione di un sistema di security-check sul codice è corrisposta una ventata di innovazione particolarmente solida, a partire dal deployment delle prime DAO fino ad arrivare ai protocolli contemporanei di DeFi, quali MakerDAO, Compound, Uniswap, Sablier e così via. Un elenco esaustivo dei progetti DeFi su Ethereum può essere visionato su questo sito e può darci un’idea della vastità raggiunta dall’ecosistema (dei 213 progetti elencati, 196 sono su Ethereum).

L’utilizzo di Ethereum da parte dei numerosi progetti innovativi che fanno parte dell’ecosistema richiede una spesa in Ether per l’esecuzione di smart contract. Aumentando la domanda della criptovaluta, hanno permesso ad essa di apprezzarsi in maniera importante, portando alcuni esercizi commerciali (soprattutto online) ad accettarla come metodo di pagamento, ruolo fino ad allora riconosciuto soltanto a bitcoin e alcuni cloni.

La scuola Austriaca e la teoria delle “currency areas”

Nell’articolo precedente, quando si è parlato della differenza tra le idee di una parte della scuola economica austriaca e quelle delineate a partire dalla nascita di Bitcoin, non si è preso in considerazione un concetto interessante e poco dibattuto che invece diventa interessante in questa trattazione, ovvero quello del regionalismo delle valute proposta da Hayek. In “Denationalisation of Money” l’economista spiega le possibilità di formazione di “currency areas” secondo cui potrebbe capitare, in un contesto di libero mercato delle monete, che in certe regioni si imponga l’utilizzo di una valuta piuttosto che altre in quanto essa presenta meccanismi di stabilizzazione più efficaci ed inerenti al territorio, ad esempio l’essere legata ad un paniere di commodities che coincidono anche con i beni di prima necessità di quella regione. Secondo Hayek quindi sarebbe più desiderabile una situazione di flessibilità simile piuttosto che quella di una moneta unica nazionale imposta “dall’alto”. In questa situazione si avrebbe un doppio risultato: da una parte si toglierebbe il potere al governo derivante dal monopolio statale dell’emissione e dal controllo espresso tramite la sovranità monetaria statale, dall’altro si bilancerebbe l’aggiustamento dei prezzi in maniera regionale piuttosto che in maniera univoca a livello statale. Se questi due aspetti siano un vantaggio o meno è oggetto di discussione esterno al presente articolo.

Sebbene utopica, in quanto è pressoché impossibile auspicare che i governi abbandonino la loro sovranità monetaria e che questo sistema funzioni nell’attuale contesto economico, questa soluzione potrebbe essere letta diversamente alla luce del recente avvento delle criptovalute. Nonostante le difficoltà di attuazione, la teoria delle “currency areas” potrebbe essere, in realtà, più affine al mondo odierno di quanto si pensi, esistendo regionalità molto specifiche all’interno di nazioni estremamente variegate: si pensi ad esempio alle zone rurali della Cina o della Russia che vivono principalmente di agricoltura, oppure alla zona mineraria in Cina. Molto probabilmente gli abitanti di queste aree prediligerebbero l’utilizzo di una moneta legata alle materie prime prodotte in loco piuttosto che ad altre completamente slegate dal territorio. A questo punto il rischio sarebbe quello di una proliferazione eccessiva di valute territoriali, fatto che andrebbe controllato in maniera circostanziale per non creare sbilanciamenti a livello macroeconomico. Anche questa tematica merita sicuramente uno studio più approfondito, quel che ci interessa di questa teoria è la possibilità di far ipoteticamente coincidere le regionalità di Hayek con le criptovalute il cui valore stabile (le cosiddette “stablecoin”) sia legato ad un paniere di commodities (proprio come voleva fare Libra). L’utilizzo delle stablecoin potrebbe imporsi a livello regionale per le motivazioni sopra espresse, diventando le valute preferite da certe comunità che ne trovano l’utilizzo più semplice, più conveniente e che probabilmente mantengono, rispetto al territorio, un potere di acquisto più stabile nel tempo. Un’altra chiave interessante d’interpretazione potrebbe riferirsi più direttamente all’ecosistema Ethereum, in cui potremmo paragonare gli innumerevoli utility tokens (ovvero token che hanno una funzione specifica all’interno di un progetto) alle currency ipotizzate da Hayek, non legate a commodities regionali ma a specifiche funzioni all’interno dell’ecosistema. La chiave di lettura in questo caso non sarebbe quindi di tipo geografico, o meglio, la geografia di cui si parla in questo caso è riferita al mondo tecnologico, più specificamente quella del web 3.0.

L’applicazione del DeFi: il caso venezuelano, come sarebbe potuto essere?

La DeFi trova, o dovrebbe trovare nel breve periodo, la sua applicazione più significativa in quegli stati che presentano un’economia indebolita da decisioni economiche sciagurate, solitamente in paesi governati da regimi dittatoriali o affetti da grave instabilità politica. Queste decisioni portano conseguentemente ad un’elevata volatilità della moneta statale o, nel peggiore dei casi, ad un’iperinflazione tale da rendere inusabile la stessa per l’acquisto di beni di prima necessità. Più difficile è vedere la DeFi fiorire, o avere un impatto significativo, nel mondo occidentale (Stati Uniti ed Europa in primis) che l’ha creata, almeno non nel breve periodo. Questo perché, generalmente, gli stati occidentali godono di una certa stabilità economica, anche se solo apparente e perennemente sul filo del rasoio.

L’impatto maggiore quindi, sarà inizialmente in tutte quelle regioni dell’Africa, dell’America Latina e del sud-est Asiatico che subiscono la mancanza di una moneta forte e instabile a livello statale. Ritorna il tema della sovranità monetaria controllata dai governi i quali, esercitando forte pressione sulla banca centrale, danno solitamente il via a meccanismi inarrestabili che portano all’inevitabile collasso statale.

Si prenda in considerazione uno dei casi più recenti che ha avuto grande risonanza a livello mediatico, ovvero il Venezuela: il Bolivar venezuelano ha subito negli ultimi dieci anni una drammatica crescita inflattiva fino a toccare nel 2018 un picco inflativo di +1.000.000%, assolutamente insostenibile, ma che comunque non rientra nei 5 peggiori casi nella storia. Un tasso inflattivo così assurdamente elevato ha svalutato in maniera drammatica la moneta nazionale tanto da spingere certi mercanti a non accettarla più in favore di un ritorno al baratto. Per comprendere la drammaticità della situazione, l’Agi riporta che, ad inizio 2018, “una sigaretta costa quanto 166 litri di benzina” oppure che “una gazzosa costa il 12% di un salario minimo”. Senza dilungarsi troppo sulle scelte fallimentari (come la creazione del Bolivar Sovrano togliendo cinque zeri dalle precedenti monete Bolivar Forte) sia precedenti che successive alla grave crisi che affligge lo Stato, l’attenzione cade su come i cittadini, utilizzando i moderni protocolli di DeFi, avrebbero potuto tutelarsi, almeno in parte, da un tracollo così drammatico del loro potere d’acquisto.

Come ben delineato nel paper di Robert Leonhard, una qualsiasi persona dotata di smartphone può avere accesso a questa economia parallela che si sta affermando nell’ecosistema di Ethereum.

Le applicazioni decentralizzate attuali, grazie ai nuovi protocolli che le regolano, in linea teorica permettono accumulazione di capitale e l’accesso al credito anche a chi finora non ha avuto questa possibilità: questa enorme potenzialità potrebbe scardinare certe sovrastrutture economico-sociali che sono responsabili, in larga parte, delle disuguaglianze del mondo attuale. L’accesso al credito e la possibilità di accumulare del capitale che mantenga un valore relativamente stabile nel tempo, infatti, definisce anche la possibilità di fare piani a lungo termine che, a loro volta, permettono alle comunità di prosperare economicamente e socialmente. Può sembrare molto utopistica come visione (sicuramente anche semplicistica) ma, superate le barriere imposte come freno a questo tipo di evoluzione, le possibilità che si aprono sono molteplici.

Nel prossimo articolo si parlerà quindi di come questa economia parallela stia fiorendo tramite Ethereum e posa essere utilizzata per tutelarsi dalle scelte sbagliate di un governo. Per necessità molte cose verranno semplificate, per dare una visione generale di ciò che ad oggi i protocolli DeFi consentono di fare, considerando che l’utilizzo di alcuni di essi è sicuramente più semplice e intuitivo di altri, ma che tutti – in generale – richiedono un minimo di praticità nell’utilizzo del computer e Internet. Inoltre, non bisogna mai dimenticare che quando si movimentano assets sulla blockchain (siano essi criptovalute o token) abbiamo a che fare con valore reale, il quale, una volta perso, non può essere recuperato. Questa è la base della decentralizzazione e disintermediazione dell’economia, in cui il compito di custodire assets di valore è demandato al diretto interessato e non a terze parti, aumentando di fatto la responsabilità individuale.

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