Decentralized Finance: visione storica e pratica del fenomeno (pt.3)

di Giacomo Franzoso
27/03/2020
13 minuti

Nel precedente articolo si è introdotto l’ecosistema di Ethereum e il ruolo di alcuni protocolli divenuti di primaria importanza per ciò che riguarda la diffusione del concetto di DeFi e la sua applicazione nel mondo reale. Le applicazioni decentralizzate di cui si è parlato e l’economia parallela che si sta affermando nell’ecosistema di Ethereum indicano una forte potenzialità di ridimensionare certe sovrastrutture economico-sociali, aprendo a nuovi scenari.

Si cercherà di comprendere quindi, in una logica di visione generale, ciò che ad oggi i protocolli DeFi consentono di fare, considerando che l’utilizzo di alcuni di essi è sicuramente più semplice e intuitivo di altri, ma che tutti richiedono un minimo di praticità nell’utilizzo del computer e Internet. In più, non bisogna tralasciare il fatto che quando si movimentano asset sulla blockchain (siano essi criptovalute o token) si ha a che fare con valore reale, il quale, una volta perso, non può essere recuperato. Questa è la base della decentralizzazione e disintermediazione dell’economia, in cui il compito di custodire asset di valore è demandato al diretto interessato e non a terze parti, aumentando di fatto la responsabilità individuale.

Approccio al Web 3.0

Come prima cosa, per accedere ai servizi offerti bisogna trovare il modo di comprare Ether che, come già accennato, permette di pagare il gas necessario per utilizzare le Decentralized Applications (dApp) su Ethereum: mentre questa prima azione può sembrare banale a chi ha a che fare quotidianamente con le criptovalute e vive in paesi dichiaratamente democratici, lo stesso non si può dire per chi vive sotto regimi dittatoriali o in zone estremamente povere del pianeta. Acquistare Ether in queste zone potrebbe risultare difficile per svariate ragioni, tra cui la censura di Internet, il divieto del governo di scambiare e detenere criptovalute, il divieto delle banche a versare valuta nei conti degli exchange: bisognerebbe affidarsi a servizi peer-to-peer, quali ad esempio localbitcoins, e trovare un privato disposto a vendere la criptovaluta desiderata, così da mantenere un grado di privacy maggiore. A questo proposito è importante sottolineare che il più alto grado di anonimato nelle transazioni, a differenza di quanto si crede oggi, è ancora fornito dalle banconote.

Il problema di passare attraverso un exchange si presenta nel momento in cui andiamo a movimentare i soldi dal nostro conto corrente bancario: in questo caso uno stato dittatoriale può imporre alle banche una censura di tutte le transazioni verso gli IBAN associati ad exchange di criptovalute e dunque prevenire al cittadino l’accesso a determinati servizi. Anche se può sembrare una situazione lontana e impensabile in paesi democratici, ci sono stati in realtà numerosi casi di censura negli Stati Uniti, così come in Europa.

Una volta che saremo entrati in possesso degli ETH e dopo averli depositati nell’apposito wallet, abbiamo la possibilità di accedere, attraverso specifiche applicazioni, ad una serie variegata di prodotti. Tramite lo smartphone potremo, in maniera semplice, accedere a quello che è stato definito il web3.0: con questa terminologia si vuole indicare un internet decentralizzato e resistente alla censura in cui è possibile transare valore grazie alla blockchain. Per navigare nel web3.0 potremo utilizzare browser specifici quali Cipher o Status, che permettono di interfacciarsi direttamente con le dApp utilizzando il wallet in cui abbiamo depositato gli ETH. A questo punto avremo a disposizione una serie di prodotti decentralizzati tra cui scegliere, in base al nostro bisogno: vogliamo un prestito in una moneta stabile con il valore legato al dollaro? Possiamo accedere a MakerDAO, creare una Collateralized Debt Position (CDP) in cui bloccare gli ETH a nostra disposizione in uno smart contract per ricevere DAI, ovvero uno stablecoin che attraverso un raffinato metodo di stabilizzazione mantiene il suo valore legato a quello del dollaro. In questo caso, gli ETH vengono utilizzati come collaterale per avere in maniera praticamente istantanea fino al 60% di liquidità del valore collateralizzato (la percentuale è stata decisa arbitrariamente dalla Maker Foundation): in caso di apprezzamento dell’ETH il prestito verrà ripagato dall’aumento di valore del collaterale stesso, nel momento in cui si deciderà di chiudere il prestito. Nel caso contrario, ovvero se il valore del collaterale dovesse scendere molto bruscamente, si dovrà attivamente depositare nel CDP nuovo collaterale per evitare che la posizione venga liquidata e venduta all’asta: per facilitare la gestione di queste posizioni esistono comunque progetti che ne automatizzano il controllo.

Nonostante questo progetto sia notevolmente innovativo e abbia avuto un impatto così significativo nel mondo blockchain, tanto da innescare l’esplosione della DeFi nel mondo, soffre anch’esso di almeno due problemi: a) la stabilità del potere d’acquisto b) l’usabilità.

La stabilità del potere d’acquisto è in realtà un problema relativo, più teorico che pratico e che ha un impatto visibile nel lungo periodo più che nel breve termine: storicamente infatti il valore stabile del dollaro non è corrisposto ad un’effettiva stabilità del potere d’acquisto. $100 del 1913 oggi valgono a malapena $3.87 (Source), ciò vuol dire che quello che nel 1913 avremmo pagato $100 dollari oggi ne costerebbe $2679,25. Legare il DAI al valore del dollaro non permette quindi di proteggersi dall’inflazione monetaria a cui è soggetto anche il dollaro, anche se sicuramente con tassi controllati e ben lontani da problematiche inflazionistiche.

Il secondo problema invece, l’usabilità, ha una finestra temporale molto più ristretta rispetto al precedente e potrebbe essere una discriminante per la riuscita del progetto. Se andassimo in un negozio qualsiasi, infatti, è molto probabile che accetterebbero come metodo di pagamento i dollari (o gli euro in base a dove siamo) ma è altresì molto improbabile che accettino i DAI. Questo secondo problema trova già soluzioni nelle carte di debito, quali ad esempio Mycrypto.com oppure Monolith, che permettono di pagare presso gli esercizi commerciali con criptovalute grazie a sistemi di conversione quasi istantanea tra cripto e fiat. Il problema di queste soluzioni, ancora una volta, è la difficoltà di accesso in determinate aree del pianeta, così come ancora una bassa utenza relativa. In molti hanno affermato che il 2020 sarà l’anno degli stablecoins: se fosse vero, e aumentasse l’adozione a livello globale, allora potrà aumentare l’accettazione da parte degli esercizi commerciali di questi metodi di pagamento alternativi risolvendo in larga parte il problema dell’usabilità.

Nuove possibilità per l’economia decentralizzata

Se, invece della liquidità, ciò che interessa fosse un mantenimento del patrimonio con una piccola percentuale di ritorno annuale, come un tradizionale conto bancario che permette l’accesso al mercato obbligazionario, potremmo decidere di utilizzare uno dei protocolli creati appositamente per questo scopo. Accedendo a una delle dApp di lending quali Compound oppure Dharma (che comunque utilizza il protocollo Compound) si possono prestare ETH ad un tasso vantaggioso che permette di generare interessi rispetto al patrimonio prestato: i tassi sono notevolmente vantaggiosi rispetto a quelli tradizionali in quanto privi delle trattenute delle società che fanno comunemente da intermediari per i prestiti. Si capisce subito come applicazioni simili possano essere estremamente utili nei paesi citati poco sopra, offrendo al cittadino strumenti per mettersi al riparo dal rischio di default statale e conseguente deprezzamento della valuta locale. Un aspetto da tenere in considerazione in questo caso sarebbe sicuramente l’andamento volatile della criptovaluta prestata ma difficilmente ci si troverebbe con un potere d’acquisto pari a praticamente zero, come accaduto invece nei paesi soggetti ad iperinflazione. È possibile prestare criptovalute anche tramite gli exchange centralizzati, ma questo approccio presenta un duplice appunto. Per prima cosa l’exchange richiede un breve processo di Know Your Customer (KYC) in cui l’utente deve dimostrare di essere la persona che dice di essere; questo aspetto potrebbe rendere difficile l’accesso all’exchange da parte di utenti residenti in paesi che censurano le transazioni in criptovalute oppure per gli utenti che volessero utilizzarle per eludere il controllo statale. L’altro appunto è riferito al controllo effettivo sulle criptovalute perché, quando queste vengono depositate su un exchange, effettivamente quello che accade è che l’exchange ne prende la custodia, cosa che rende l’attore esposto a tutti rischi derivanti quali hacking, congelamento del conto, chiusure fraudolente etc. Continuando il percorso all’interno del web3.0, qualora non fossi confidente del fatto che Ethereum manterrà un valore nel tempo, se non quantomeno vicino al valore d’acquisto, potrei decidere di diversificare il rischio acquistando altre criptovalute. Nel caso in cui l’utente non voglia utilizzare un exchange centralizzato, il metodo migliore sarà dunque utilizzare gli exchange decentralizzati quali IDEX, Uniswap o Air Swap (per citare i più usati) per scambiare ETH con una quantità equivalente di altre criptovalute. La più recente evoluzione del protocollo di MakerDAO, ovvero la creazione di Multi-Collateral DAI (MCD), permette di utilizzare le criptovalute scambiate con ETH come collaterale per il prestito di cui abbiamo bisogno. Questo processo, seppur all’apparenza complicato per i neofiti, richiede in realtà pochissimo tempo per essere compreso ai più, ma di converso necessita sempre di un’altissima attenzione nell’utilizzo. Proprio per questo motivo diventeranno sempre più importanti le assicurazioni decentralizzate per tutelarsi dal rischio di liquidazione dei CDP o di eventuali bug negli smart contract: ci si può rivolgere quindi ad Etherisc oppure Nexus Mutual per avere una copertura fino a 100 Ether nel caso qualcosa dovesse andare storto. Il ramo assicurativo in questo campo è ancora ad uno stadio iniziale e sicuramente si troveranno degli applicativi interessanti nel prossimo futuro.

Un’altra grande innovazione che ha innescato l’esplosione della DeFi è sicuramente la possibilità di tokenizzare asset reali, ovvero la creazione di un token che sia la rappresentazione di un asset esterno alla blockchain e che a sua volta permette la creazione dei cosiddetti “asset sintetici”. Questi nuovi tipi di asset che possono essere creati su piattaforme quali ad esempio Synthetix, permetteranno l’accesso ad investimenti che fino ad ora sono inaccessibili per la maggior parte delle persone. Prendiamo come esempio il mercato immobiliare: fino ad ora è stato appannaggio (a fini d’investimento) di una ristretta cerchia di persone con un’elevata disponibilità economica. Grazie alla blockchain e a progetti DeFi quali per esempio RealT, è ora possibile per la gente comune investire nella proprietà frazionata di immobili i cui rendimenti vengono suddivisi equamente tra tutti i detentori dei token che ne rappresentano la proprietà. La portata innovativa di soluzioni simili è infinitamente grande, permettendo l’accesso ad una serie di investimenti che fino a poco tempo fa erano disponibili soltanto per una ristretta cerchia di persone.

A questo punto è importante introdurre il tema della granularizzazione degli asset, ovvero la possibilità di frammentare in parti minuscole (solitamente si arriva a 8 decimali dopo lo zero) il token di un asset reale di per sé difficilmente o per nulla divisibile. La possibilità di granularizzare asset ovviamente è efficace anche con quei prodotti finanziari che non hanno un riscontro fisico. Prendiamo ad esempio un bond emesso da una compagnia privata: fino a poco tempo fa i tagli minimi di investimento non permettevano l’accesso a tutti gli interessati, ma soltanto a persone con adeguate possibilità economiche e, solitamente, altrettanti interessi speculativi. Quello che la granularizzazione permette è l’inclusione di tutte quelle persone che potrebbero avere interessi altri oltre a quelli speculativi, come la buona riuscita o il sostentamento dell’azienda stessa. Com’è chiaro, un’economia inclusiva di questo tipo avrebbe dei risvolti non ancora immaginabili, accendendo nella gente comune l’interesse verso certe tematiche fondamentali quali ad esempio la responsabilità per la propria gestione economica e finanziaria, allargando le possibilità d’investimento oltre a quelle classiche offerte dai promotori finanziari delle banche.

In questo contesto, nel 2017 abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno delle Initial Coin Offering (ICO) che rappresentano un nuovo meccanismo di funding estremamente innovativo e, se condotto a dovere, realmente inclusivo. Dopo il 2017 il mercato delle ICO ha visto una progressiva e notevole contrazione dovuta a molteplici fattori che hanno inficiato negativamente su questo nuovo metodo di funding. Avendo vissuto un periodo così esplosivo e fiorente, in un mercato assolutamente non regolamentato, le ICO sono state teatro di un numero indefinito di truffe, exit-scam (ovvero la fuga dei creatori con i soldi raccolti) e prodotti mai sviluppati che ne hanno minato, in maniera quasi irreversibile, la loro reputazione. Per riacquisire quel barlume reputazionale richiesto per condurre operazioni di finanza straordinaria quali le ICO, si è tentata la via dell’Initial Exchange Offering (IEO), in cui i token di un progetto non vengono più emessi direttamente dalle compagnie, ma bensì indirettamente tramite un exchange che funge da certificatore della validità del progetto: più grande e famoso è l’exchange su cui si tiene la vendita, più l’investitore si sentirà tutelato rispetto all’investimento. Purtroppo, anche le IEO hanno fallito duramente e fatto perdere ulteriore fiducia da parte degli investitori, soprattutto dopo il caso Matic (approfondimento qui). Tutto ciò si collega ad uno degli aspetti cruciali che tanto è mancato durante l’esplosione del fenomeno ICO: un’adeguata tutela degli investitori. Molti progetti infatti, sfruttando la marea positiva del 2017, proponevano niente più che un’idea su carta, senza nessun prodotto funzionante o MVP (minimum viable product, ovvero un prodotto in fase embrionale) e senza alcuna tutela per l’investitore: in numerosi whitepaper, in maniera piuttosto ridicola, veniva addirittura esplicitato che “il prodotto potrebbe non essere mai creato”. A causa di un panorama così poco regolamentato ed estremamente sfruttato da persone in malafede per arricchirsi sulle spalle degli investitori senza esperienza e facilmente raggirabili, il fenomeno delle ICO ha subito un brutto arresto ed un declino inesorabile. La colpa è stata in parte dei regolatori che hanno tardato a creare una regolamentazione efficace per questo nuovo tipo di strumento, in molti casi rendendolo direttamente illegale (esempio più lampante è quello cinese): la CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) ad esempio, ha rilasciato le linee guida ufficiali per le ICO soltanto lo scorso 2 Gennaio 2020.

Possiamo essere certi che, nonostante le conseguenze negative che le ICO hanno avuto sul mercato delle criptovalute e sulla fiducia degli investor rispetto a strumenti innovativi simili, le potenzialità offerte da operazioni di questo tipo superano decisamente gli strumenti di funding attuali: ciò che la community deve fare è proporre progetti che abbiano effettivamente uno scopo condiviso e i cui token (nel caso la vendita riguardi token utility) abbiano un’effettiva utilità all’interno del progetto. Nel tempo si riuscirà a ricreare quella fiducia necessaria in questi meccanismi di funding altamente partecipativi e quindi creare basi più solide e condivise sulle quali sviluppare i progetti che decideranno di utilizzare questi meccanismi.

Un nuovo tipo di banca?

Andando ancora oltre a completare il corollario offerto da questa nuova ondata di strumenti finanziari tecnologici, sono quei progetti che mirano a semplificare e migliorare la User Experience (UX) riguardo l’utilizzo degli strumenti di DeFi, come Instadapp, Zerion, DeFiSaver oppure DeFiZap. L’ecosistema presentato in questo articolo infatti, potrebbe scoraggiare chi non è avvezzo all’utilizzo di strumenti tecnologici. Attraverso una semplice e chiara dashboard si possono creare ed interagire coi CDP e mettere in prestito eventuali ETH usando Compound, il tutto sfruttando le potenzialità di automazione nel controllo dei CDP offerte da DeFiSaver. Insieme all’aggregazione di questi protocolli, viene anche fornita una gestione automatizzata tramite smart contract per agevolare le scelte iniziali degli utenti rispetto alle loro strategie di gestione patrimoniale.

Nasceranno sempre più proposte del genere per ovviare alle difficoltà intrinseche all’utilizzo di detti protocolli e progetti che si stanno configurando, nell’aggregazione dell’offerta di prodotti finanziari su blockchain e nella gestione degli stessi, come cripto banks, una reinvenzione della banca tradizionale. La differenza fondamentale con le banche sta nel fatto che gli asset gestiti rimangano di proprietà dell’utente, la cui gestione verrà sempre più demandata ad algoritmi decisionali basati sulle esigenze di quest’ultimo.

Arrivati a questo punto possiamo facilmente comprendere quale grande ventata d’innovazione stiano portando i nuovi protocolli DeFi e quale enorme impatto potrebbero avere a livello economico-sociale se riuscissero ad imporsi come strumenti finanziari di uso comune. Sicuramente, l’adozione massiva partirà da quei paesi in cui l’utilizzo ne decreterà la bontà, diventando di fatto un aiuto concreto per le persone che ne hanno maggiore necessità. Inoltre, questi protocolli rappresentano la base per una nuova economia inclusiva, che renda possibile l’accumulazione di ricchezza anche in quelle zone del mondo in cui l’accesso al sistema bancario è praticamente inesistente, innescando la possibilità di creare progetti a lungo termine permessi dall’accumulo di capitale (come spiegato in “The Bitcoin Standard” di Saifedean Ammous).

Il percorso verso l’adozione

Alla luce di quanto detto finora i problemi che si presentano riguardo ad un’eventuale massificazione di queste proposte sono molteplici e di diversa entità. In primo luogo, le sovrastrutture economiche e le condizioni socioculturali di cui sopra, diretta emanazione di un governo centralizzato che esprime la propria sovranità anche attraverso il controllo della moneta e quindi degli strumenti finanziari ad essa legati, potrebbero imporre enormi barriere all’ingresso per arginare la perdita di controllo sulle masse. Analizzate in un contesto più ampio di quello economico, le ripercussioni a livello sociale sarebbero davvero consistenti: si pensi ad un mondo in cui chiunque può avere accesso agli strumenti finanziari che oggi sono appannaggio di, relativamente, poche persone. In campo economico e finanziario questo è sicuramente lo scoglio più grande da affrontare per la DeFi poiché vi è una forte pressione esercitata sui governi da parte delle istituzioni finanziarie per tutelarsi e mantenere il loro potere intatto. Come se ciò non bastasse, ulteriore pressione viene esercitata dalle grosse multinazionali della tecnologia, le cosiddette Bi__g Four (Google, Facebook, Amazon, Apple), sia sui governi che sulle istituzioni finanziarie. A tal proposito, viene subito in mente Libra, lo stablecoin proposto da Facebook, e di come le istituzioni finanziarie abbiano attuato meccanismi di difesa atti a negare la possibilità al colosso della Silicon Valley di sovrapporre il suo raggio d’azione a quello che tipicamente appartiene alle banche.

A questa problematica si lega direttamente anche l’incertezza regolamentare, che potrebbe risultare decisiva per la riuscita o meno dei progetti dell’ecosistema DeFi.

Il secondo problema riscontrabile è l’adozione, che deve passare anche attraverso una semplificazione della UI/UX per facilitare l’accesso ai servizi anche a chi non è esperto di tecnologia: ora come ora, infatti, non è propriamente immediata la fruibilità di certi servizi anche se vi è una sempre maggiore attenzione a questo aspetto. La nascita di aggregatori e gestori di protocolli DeFi, o crypto banking di cui si è parlato, stanno inoltre cercando di semplificare e rendere maggiormente accessibile la DeFi.

In terzo luogo, non bisogna pensare che la DeFi sia la bacchetta magica in grado di risolvere tutti i problemi economici del mondo, ma bisogna anzi perseguire l’obiettivo essendo consci dei limiti intrinseci ai progetti. Questo perché al mondo esiste chi ancora non ha accesso nemmeno a beni primari e fondamentali quali un’adeguata nutrizione o acqua potabile, quindi difficilmente potrebbe avere uno smartphone con il quale accedere al web3.0 decentralizzato. Per queste persone la DeFi non rappresenta una vera alternativa e quindi deve essere considerata, per ora, come un’ancora di salvataggio per chi ha già, seppur minimo, un certo livello di sostentamento.

In conclusione, alla fine di quest’articolo possiamo affermare che questi protocolli e più in generale il concetto di DeFi, riuscendo a oltrepassare gli scogli imposti dalle problematiche sopra citate e raggiungendo un’adozione maggiore, pongono le basi per la creazione di un nuovo sistema economico, prevalentemente più inclusivo, che mira ad una possibile redistribuzione della ricchezza atta ad assottigliare l’enorme gap esistente oggi tra ricchi e poveri.

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