Decentralized Finance: visione storica e pratica del fenomeno

di Giacomo Franzoso
13/12/2019
13 minuti

L’attuale situazione economica mondiale sembra essere caratterizzata da un continuo senso d’instabilità che ha progressivamente allontanato le persone comuni dal ragionare sul valore e sullo scopo del denaro; l’economia basata sulla finanza ha poi dato un colpo decisivo a questa situazione, creando un gap sia di conoscenze che di possibilità, per molti incolmabile. Questo divario sempre più esteso è dovuto, da un lato, dall’impossibilità di accesso alla cultura che in alcune regioni del mondo è ancora una problematica importante, dall’altro, dalla difficoltà di accesso al credito, primo passo verso quell’indipendenza economica considerata da molti il tassello fondamentale per la libertà individuale.

Il problema reale è che anche chi ha la possibilità di accedere alle linee di credito, molte volte non riesce ad ottenerle, vuoi perché il cittadino non viene ritenuto “meritevole di credito” dall’istituzione finanziaria, oppure per l’eccessivo irrigidimento della regolamentazione attuata dagli istituti finanziari dal 2008, dopo la crisi esplosa a causa del collasso di una delle banche “too big to fail” – Lehman Brothers – sino ad oggi. Gli istituti finanziari sono diventati progressivamente più diffidenti nell’elargire prestiti, richiedendo un numero sempre maggiore di garanzie e dunque ampliando il divario di accesso alle linee di credito che era già presente prima della crisi, ma in maniera meno accentuata: le piccole e medie imprese hanno subìto duramente questo blocco e la conseguente mancanza di liquidità. La problematica si registra anche per i retail customer che si vedono tuttora, in molti stati del mondo, negati prestiti, mutui e possibilità di effettuare alcuni tipi d’investimenti. La diseguaglianza economica a livello “micro” si estende anche a livello “macro” e, come all’interno delle comunità nazionali, si assiste ad un progressivo aumento del differenziale relativo alla ricchezza individuale, così a livello internazionale la situazione pare ancora più allarmante. Basti pensare che nel mondo esistono 1.7 miliardi di “unbanked people ovvero, persone che non hanno accesso a nessun servizio bancario, neppure a quelli base come ad esempio il conto corrente. Circa il 30% della popolazione mondiale rimane esclusa dai giochi: vivere sotto la soglia di estrema povertà (con questa si intendono tutte quelle persone che vivono con meno di $1.90 al giorno), a parte le palesi conseguenze sociali riguardanti il sostentamento e la salute, ha la diretta conseguenza economica di rendere impossibile la progettazione a lungo termine. All’interno di questo scenario si può rintracciare un dato confortante, ovvero la progressiva riduzione del numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà estrema: circa 500mila persone escono da tale condizione ogni settimana, dunque globalmente pare che la povertà estrema stia tendenzialmente diminuendo.

“Buzzword” e Use Cases

I nuovi protocolli di Decentralized Finance (DeFi) nati su Ethereum si propongono di creare un sistema economico alternativo (e perché no, potrebbe diventare “mainstream”) a quello vigente, garantendo l’accesso agli strumenti finanziari di base a chiunque possieda uno smartphone: è sapere comune ormai che nelle zone di estrema povertà, molte volte, le persone non hanno accesso ai beni primari, ma possono facilmente accedere ad internet (un esempio può essere trovato su questo sito). Tale cambio di paradigma è di tipo sostanziale e si prefigge di offrire l’accesso ai servizi finanziari di base a chi, fino ad oggi, ne era escluso, ovvero coloro che si trova al di sotto della soglia di estrema povertà. Questo in teoria dovrebbe portare ad una diminuzione del divario tra ricchi e poveri, anche se oggi stiamo assistendo al fenomeno opposto (come questo oppure considerando solo l’Italia ).

La blockchain ha la possibilità di imporsi come motore di tale evoluzione, in primo luogo tramite la tokenizzazione degli asset che, per ora, solo teoricamente e idealmente, permette la creazione di un modello economico più inclusivo e partecipativo, da non confondere con gli strumenti finanziari partecipativi, che rimangono strumenti a sé stanti. Fino a poco tempo fa, infatti, gli strumenti finanziari venduti dagli intermediari erano appannaggio di chi poteva effettivamente accedere ad essi. Le prerogative per l’accesso erano la disponibilità di un conto corrente bancario con annesso deposito titoli e una quantità di soldi tale da poterne usufruire, avendo la maggior parte di essi un taglio minimo.

La tokenizzazione permette la granularizzazione dell’asset, ovvero la suddivisione dello stesso in parti minori: in via ipotetica, poiché si è sempre vincolati dalle decisioni del regolatore, potremmo immaginare un bond statale che fino a poco tempo fa richiedeva un taglio minimo d’ingresso di €1000. Quello che idealmente possiamo fare oggi è tokenizzarlo, assegnare al token un numero di decimali a piacimento (o emettere un numero di token x a valere su quel bond) e venderlo in forma granularizzata con un taglio minimo d’ingresso infinitamente minore. Ancora una volta, mentre questo aspetto può apparire scontato agli occhi di un Occidentale, così non è per quei paesi dove la maggioranza della popolazione non ha garanzia di accesso a strumenti finanziari. Questo si configura come un cambiamento epocale, infatti, tramite una semplice connessione internet e uno smartphone è possibile proporre metodi di finanziamento e d’investimento alternativi a chi, fino a poco tempo fa non poteva accumulare ricchezza e non immaginava metodi diversi per poterlo fare.

Se i protocolli di DeFi e un tipo di economia più inclusivo riuscissero davvero a prendere il sopravvento sul sistema economico attuale, si andrebbe incontro ad un grande cambiamento sistemico in cui le banche centrali si vedrebbero ridotto il loro potere, in parte espresso tramite il controllo sull’erogazione dei servizi finanziari al pubblico. Lo scoglio più importante da superare in questo caso, sarebbe quello culturale, ovvero portare le persone a ragionare sulla natura dell’economia e di come la libertà personale passi anche attraverso l’indipendenza economica: anche se potrebbe sembrare un’affermazione utopistica, sarebbe un primo grande passo verso la separazione tra stato e moneta (così come ci fu, durante il periodo dell’Illuminismo, la separazione tra Stato e Chiesa).

Anche se questi concetti potrebbero sembrare fantascienza e Decentralized Finance è diventata una buzzword sempre più pronunciata e scritta, è già possibile, guardando app per smartphone come Cipher o Status, percepire la loro portata rivoluzionaria in caso di adozione di massa.

La maggior parte degli articoli pubblicati sul DeFi raccontano tutti più o meno lo stesso scenario senza prendere in considerazione né il contesto storico né quello culturale: da dove arriva il concetto di DeFi? È una vera rivoluzione di oggi oppure ha delle premesse storiche e dei punti di riferimento più profondi a cui possiamo ancorarci per comprendere questo fenomeno più in profondità?

L’obiettivo di questo articolo è duplice: da un lato l’inquadramento storico della DeFi, considerandola come un fenomeno di ampio respiro che abbraccia l’intero mondo delle cryptomonete, dall’altro  di alimentare, in maniera leggermente presuntuosa, una fertile discussione che aiuti la DeFi ad imporsi sul panorama mondiale in modo sano e cosciente, cioè che si evolva lasciando da parte l’iniziale entusiasmo utopistico e concentrandosi sulle problematiche, non banali, che si presentano approcciando un argomento così complesso come la finanza e l’economia mondiale.

Una paronamica storica: il Bitcoin e la Scuola Austriaca

La nascita del Bitcoin è una storia ormai più che conosciuta: dopo la pubblicazione del whitepaper in una mailing list di crittografi il 31 Ottobre 2008, il network venne avviato con la release del primo client il 3 Gennaio 2009. Bitcoin fu il risultato di una serie di evoluzioni del tentativo di creare una moneta digitale non spendibile due volte, il famoso problema del double-spending. Inoltre, la prima cryptovaluta è stata pensata in modo da essere resiliente ad attacchi informatici attraverso delicati equilibri economici resi possibili da meccanismi di Game Theory. Nasceva così la prima moneta digitale, scambiabile peer-to-peer in un network aperto a chiunque avesse una connessione internet.

L’evoluzione tecnologica che portò alla nascita del bitcoin è altamente documentata (su Bitcoin Wiki possiamo trovare tutte le informazioni che ci servono), l’oggetto centrale di questa analisi riguarda invece la situazione economica che spinse Satoshi Nakamoto alla creazione del Bitcoin. Com’è risaputo, la motivazione principale fu la crisi dei mutui subprime del 2008 che sfociò nel fallimento di Lehman Brothers e alla conseguente crisi economica globale.

Non è molto chiaro se questo fu il “trigger” che spinse Nakamoto a creare bitcoin o se, diversamente, fu solo un pretesto per lanciare un progetto su cui lavorava (o lavoravano, se consideriamo Satoshi Nakamoto come un gruppo di persone) da molto più tempo. Ciò che sembra essere chiaro, nonostante il dibattito dottrinario, è che l’idea di Bitcoin affonda le sue radici nel pensiero economico che viene racchiuso sotto la definizione di scuola austrica. Un libro particolarmente interessante, che inquadra Bitcoin all’interno della scuola di pensiero austriaca è “The Bitcoin Standard” di Saifedean Ammous, dove le valute digitali vengono inserite nel contesto possibilistico di creazione di una moneta alternativa, esterna al sistema economico tradizionale.

Nel pensiero della scuola austriaca si rintracciano sia aspetti che ricordano la filosofia alla base di bitcoin -come ad esempio l’essere un asset prettamente antigovernativo, (così perfettamente definito da Andreas Antonopoulos durante alcuni dei suoi interventi, consultabili sul suo canale Youtube)- sia l’emergere di altre tesi, riscontrabili in Hayek ad esempio, in netta contraddizione con alcune delle caratteristiche principali di Bitcoin.

Se di primo acchito, studiando le teorie del “free banking” e delle “competitive currencies” proposte in libri quali “Denationalisation of money” di F. von Hayek oppure “Theory of free banking” di G. Selgin, ci vengono in mente subito bitcoin e le cryptovalute calate nell’attuale panorama del mercato di riferimento, la cosa non dovrebbe sorprenderci eccessivamente. L’aspetto centrale che emerge da questo elaboratoo non sono tanto le similitudini tra la scuola di pensiero austriaca e l’attale configurazione di Bitcoin, quanto le differenze in modo da ricercare il grado di autonomia di cui godono le monete digitali rispetto al sistema economico vigente.

A tal proposito è molto interessante un articolo scritto dall’economista italiano Michele Cantarella nel 2014, dal titolo volutamente provocatorio “Perché Hayek avrebbe odiato il bitcoin”, in cui afferma:

_ È anche vero, però che Bitcoin e scuola austriaca, nonostante le apparenze, non possono dirsi del tutto compatibili. […] Il Bitcoin non può sostituirsi alle valute legali né garantire la sua stabilità. È una moneta parassita che vive sulle spalle dell’attuale sistema monetario, la cui appetibilità sta nella sua volatilità. […] Alla luce di queste considerazioni, possiamo dire che sì, il Bitcoin, probabilmente, non sarebbe piaciuto così tanto ad Hayek._

Queste frasi connotano un certo negativismo intrinseco all’articolo, ma in realtà, in generale, esso è ricco di spunti interessanti e vuole essere una riflessione generale su ciò che bitcoin non deve provare ad essere, piuttosto che su ciò che bitcoin non è, rispetto alle teorie della scuola austriaca.

Nonostante l’articolo sia piuttosto datato e nel frattempo bitcoin si sia evoluto molto, sia dal punto di vista tecnologico che dal punto di vista della community, è possibile rintracciare spunti interessanti che possono essere presi in considerazione in questa sede e che sono ancora del tutto validi.

La situazione attuale di bitcoin e il lavoro che sta svolgendo la community sembra essere quello di “plasmare” la moneta seguendo alcuni dei dettami teorizzati dagli economisti austriaci e che vengono ben delineati da Ammous nel suo libro: la sua funzione come medium of exchange, ad esempio, è ampiamente limitata da constraints fondamentali che ritroviamo alla base del protocollo, quale ad esempio l’eccessiva lentezza della Proof-of-Work nella validazione delle transazioni, conditio sine qua non della blockchain pubblica di bitcoin (non parliamo di Proof-of-Stake perché deve ancora dimostrare di poter sorreggere e proteggere efficacemente un network e i dati all’interno dello stesso, garantendo inoltre un certo livello di decentralizzazione). La community e i core dev, ben consci di questa limitazione, stanno appunto sviluppando i cosiddetti payment channels come Lightning Network per supplire alla lentezza nelle transazioni, permettendo di aumentare di n volte il numero di transazioni al secondo. Uno dei problemi che per certi utilizzi pone seri dubbi sull’utilizzo di bitcoin in quanto valuta, se vogliamo considerarlo come sostituto delle valute fiat esistenti e non come alternativa, è l’eccessiva volatilità a cui è soggetto che rappresenta il suo principale motivo di fama ma, al tempo stesso, il suo problema più grosso quando andiamo ad indagare la possibilità di utilizzarlo, ad esempio, come store of value. Questo rappresenta uno degli aspetti che si scontra maggiormente con le tesi di Hayek presentate in “Denazionalizzazione della moneta”.

Secondo l’economista austriaco, la volatilità squalifica la moneta in quanto tale, destinandola al fallimento: ciò che più di tutto Hayek auspica, in un panorama teorico in cui più monete sono in competizione tra loro per accaparrarsi una più ampia diffusione, è proprio l’incrollabile stabilità che deve avere una moneta. Essa infatti, più è stabile nel suo potere d’acquisto e più la gente preferirà usarla per gli scopi riconosciuti come fondanti delle valute: mezzo di scambio, riserva di valore, unità di conto e riferimento per pagamenti dilazionati. Questa situazione di estrema volatilità che vive bitcoin ha una doppia valenza: da una parte è uno dei motivi principali della fama del bitcoin che attrae quindi speculatori che mirano a guadagnare da ciò, dall’altra impedisce quella stabilizzazione del valore che la renderebbe più appetibile come valuta.

A questo problema se ne può legare direttamente un altro, sempre riscontrabile nelle teorie proposte da Hayek ovvero il controllo sulla supply della valuta. Ciò che Hayek teorizza è il controllo totale sulla supply da parte l’istituto emittente che ha il potere di aumentarla o diminuirla in base alla situazione attuale di domanda relativa all’utilizzo della stessa. Il controllo sul circolante servirebbe a mantenere stabile il valore della valuta per evitare un apprezzamento o deprezzamento della stessa. Considerando il protocollo di bitcoin, in cui è già conosciuto il numero totale di valuta che verrà emessa e le modalità di emissione della stessa, si intuisce facilmente come esso non sia assolutamente conforme alle teorie sopra indicate.

Un’altra grande differenza che si può intuitivamente notare riguarda una sfera più socio-culturale: nel nuovo sistema economico teorizzato da Hayek, esistono diverse valute in competizione tra loro che cercano di accaparrarsi più utilizzatori possibili. Per la community di bitcoin invece, tutte le cryptovalute che non sono bitcoin stesso, vengono definite “shitcoins” e non meritevoli di esistere perché la loro più grande colpa è quella di provare a riprodurre il bitcoin. Sappiamo che, se da un lato quest’affermazione ha un fondo di verità (soprattutto riguardo a molti progetti che si sono rivelati pericolosi scam), dall’altro lato, nel tempo, certe cryptovalute si sono nettamente differenziate da bitcoin per scopi, architettura e utilizzi.

Cercando di semplificare, in un mondo con currencies distinte (Hayek ci tiene a precisare, a questo proposito, che “currencies” è una terminologia più efficace di “money” quando si parla di denaro, per via della sua qualità di essere “valuta corrente”, ovvero il cui uso è condiviso da una comunità che rispecchia certe necessità e bisogni), non può esistere soltanto una valuta che sovrasta tutte le altre ma meccanismi di auto-bilanciamento che rispecchiano quelli del libero mercato, permetterebbero alle valute di controbilanciarsi. Quello che invece accade nel mondo delle monete digitali è che, de facto, la community di bitcoin sta giocando una partita il cui risultato vorrebbe essere una sorta di “winner takes all”: quello che i bitcoiners mirano ad ottenere, è un passaggio da un’economia di tipo keynesiano basata su una valuta emessa da una banca centrale, ad un’unica valuta emessa in maniera decentralizzata e che non subisca la competizione di altre currencies. Questo tipo di approccio è quindi difficilmente assimilabile a quella precisa teoria della scuola austriaca, ma anzi entra evidentemente in conflitto con essa.  Inoltre, c’è molta confusione circa al ruolo che bitcoin può avere nella società e anche questo entra in conflitto con la metodologia d’imposizione che Hayek prevedeva per le nuove monete emesse da enti privati: non un graduale passaggio dall’una all’altra valuta, ma un passaggio brutale che certamente all’inizio avrebbe creato non pochi problemi, ma la cui stabilizzazione sarebbe avvenuta grazie ai meccanismi sociali derivanti dall’utilizzo della stessa. Da questo punto di vista il bitcoin ha piuttosto subìto un’involuzione perché, nato dal nulla ed impostosi sulla scena in maniera dirompente, il suo obiettivo è divenuto sempre più opaco e i limiti entro il quale si muove sfumano sempre di più, rallentandone la diffusione.  Questo tentativo di sostituirsi gradualmente alle altre monete, secondo Hayek, è destinato a fallire perché “People would learn to trust the new money only if they were confident it was completely exempt from any government control.” Secondo questa visione, tutti i tentativi di regolamentazione a cui è soggetto oggi bitcoin non giovano alla sua diffusione e al suo riconoscimento come valuta, perché come teorizza sempre Hayek, gli stati devono accettare completamente le nuove monete in modo da non gettare una luce negativa su di esse, squalificandole agli occhi dei cittadini.

Il fine di questo articolo non è una critica nei confronti di bitcoin o della sua community e non deve nemmeno essere letto come un tentativo di squalifica del progetto: il re delle cryptovalute si sta configurando più come oro digitale piuttosto che come valuta e community e sviluppatori stanno virando la loro narrazione verso quest’obiettivo poiché, effettivamente, può essere più conforme alle proprietà intrinseche del bitcoin.

L’effetto Bitcoin

Il profondo cambiamento portato da bitcoin si manifesta nella possibilità di pensare e realizzare un mondo alternativo a quello attuale, partendo da una rivoluzione in campo economico e finanziario, minando il valore, allo stesso tempo più condiviso e meno discusso, ovvero la valuta. Mentre prima della nascita del bitcoin il monopolio delle banche centrali sull’emissione della valuta era dato per scontato e praticamente mai messo in reale discussione dall’opinione pubblica, la valuta digitale ha fatto risvegliare l’interesse circa queste tematiche per una vasta parte della popolazione mondiale, che fino a prima di conoscere il bitcoin non si erano mai interrogati sulla natura della valuta e su quali fossero le basi su cui è costruita l’economia mondiale. Una rivoluzione, quella di bitcoin, prima di tutto sociale e culturale e, solo in secondo luogo, economica. Per questa seconda parte infatti c’è ancora bisogno di molto tempo e probabilmente non sarà il bitcoin ad essere un diretto competitor delle attuali valute statali, vuoi per la sua volatilità elevata, che lo rende quindi un asset altamente speculativo e non funzionale, vuoi perché, nel tempo, vi saranno alternative più valide ed efficienti ad essere utilizzate per gli scopi che ora si prefigge bitcoin.

Detto ciò, questo è la dimostrazione che bitcoin è stata la prima applicazione reale di Decentralized Finance della storia, che fino al momento della sua comparsa era rimasta solo una teoria astratta formalizzata dagli economisti della scuola austriaca. La nascita di bitcoin ha dimostrato al mondo che la creazione di valore, un valore riconosciuto e condiviso dalla community che lo utilizza, è possibile anche senza imposizioni da parte di un intermediario che valida e controlla la moneta, questo è stato il primo grande passo verso un nuovo mondo economico su cui ci stiamo affacciando.

CONTATTACI
+39 02 3653 1544info@wizkey.ioWizKey S.p.A.P.I. 10429050965SEDE LEGALEVia Luciano Manara n. 7 20122 Milan, Italy
SEDE OPERATIVAVia Tortona n. 72 20144 Milan, ItalyNumero REA MI-2530639Camera di Commercio di Milano Monza Brianza LodiCapitale sociale €205.256,00
© 2020 Wizkey S.p.A. - All rights reserved