Facebook e la sua moneta virtuale, il Global Coin: tutto ciò che sappiamo (finora)

di Cristina Cannata
14/06/2019
16 minuti

Pare sia giunto il momento, o quasi: Facebook lancerà entro fine di questo mese la sua moneta virtuale con diffusione globale in circa 12 paesi.

Nessuna dichiarazione ufficiale da parte di Facebook è stata ad oggi rilasciata a riguardo, sia chiaro, tanto che fino a pochi giorni fa la data di rilascio era prevista per il primo trimestre del 2020, mentre la fase di testing entro la fine dell’anno.

Che sia effettivamente vero o che siano dei rumors alimentati da fonti più o meno autorevoli e/o giornalistiche, la cosa certa è che se mai dovesse davvero accadere -prima o dopo che sia-, rappresenterebbe un punto di svolta – virata strategica di business- consistente per il colosso dei social network sotto molteplici punti di vista, in primis in relazione allo storico atteggiamento tra lo scettico, l’affascinato e il belligerante che Facebook ha manifestato nei confronti delle cryptovalute e di prodotti e servizi connessi.

Di quest’ultima se ne è parlato con frequenza nell’ultimo anno, ma a far ritornare recentemente in auge il tema è stato un comunicato dello scorso maggio della società di Zuckerberg che annunciava la nascita di Libra Networks. Con sede in Svizzera, la nuova società ospita il team che Mark Zuckerberg ha raccolto e forgiato in meno di un anno, sotto l’occhio attento di David Marcus -ex Coinbase– e quello esperto di Evan Cheng – storico capo della divisione Ingegneria-, e che pare sia dedicato alla ricerca e allo sviluppo di soluzioni su blockchain, e in particolare proprio allo sviluppo della tanto attesa moneta digitale.

Il nome più quotato attualmente risulta essere Globalcoin -nonostante una Globalcoin in realtà esista già- seguito da Facecoin, Facebook coin o addirittura si azzarderebbe a Libra coin. Qualsiasi nome si dovesse scegliere, è ormai abbastanza chiaro che la crypto di Facebook sarà una moneta digitale, una stablecoin, ma non è assolutamente certo che sia una cryptovaluta. Più verosimile invece è la sua natura di stablecoin, ancorata al valore del dollaro americano, o più probabilmente ad un paniere di valute fiat. Infatti, considerata la sua natura globale, l’intenzione sarebbe quella di rendere il suo valore meno volatile possibile. Proprio il fatto di risentire meno delle oscillazioni di prezzo, potrebbe farla sembrare più adatta ai micropagamenti.

Considerate le indiscrezioni precedenti, infatti, pare che nelle volontà di Facebook ci sia quella di creare una valuta accessibile a chiunque, anche a chi non possiede un conto corrente, trasferibile nella maniera più semplice possibile, in logica peer-to-peer. A tal proposito, i fatti storici riconducono a Dicembre 2018 quando Bloomberg riportò la notizia secondo cui Facebook fosse a lavoro su una cryptocurrency per WhatsApp (il che richiama alla mente il modello WeChatPay) che permettesse scambi di denaro tramite app. Il progetto era pensato per il mercato indiano – dove WhatsApp conta circa 200 milioni di utenti- e, in particolare, per i pagamenti effettuati da indiani residenti all’estero, che nel 2017 risultavano pari a circa 69miliardi di dollari, più o meno il 3% dell’intero Pil del paese.

Il mese successivo, il The New York Times riportò la notizia dell’intenzione di Facebook di unificare Instagram, WhatsApp e Messenger. E questo lasciò intuire la volontà di definire un sistema allargato in cui diffondere il sistema di pagamento.

Un’altra indiscrezione, decisamente da prendere più con le pinze, sarebbe quella secondo cui Facebook potrebbe seguire il modello Steemit per monetizzare i contenuti: in questo senso like e reaction, commenti e condivisioni (insieme a informazioni personali, preferenze d’acquisto, rete di contatti) possono acquistare un valore reale, trasformate in moneta immediatamente scambiabile tra gli utenti. Questa risulterebbe una vera svolta soprattutto se la si pensa in relazione al peso che il contenuto visual ha oggi sui social network – Instagram in primo luogo.

Eppure, questa iniziativa arriva dopo circa un anno e mezzo di diatriba tra Facebook e il mondo delle crypto, quest’ultimo guardato dal colosso dei social network con un occhio di riguardo e di diffidenza (il famoso ‘blanket ban’) e un occhio di ammirazione (con lo sviluppo di un nuovo team blockchain ad hoc per studiare i potenziali applicativi della tecnologia spendibili per i 2 miliardi di utenti che formano la community).

Il nuovo facebook coin

Nel gennaio 2018 Zuckerberg propinò una serie di buoni propositi, primo fra tutti quello di sistemare in linea definitiva qualsiasi bug di Facebook, una necessità più che un proposito. Oltre a questo -non proprio perfettamente riuscito con successo considerando lo scandalo Cambridge Analytica– il creatore di FB aveva anche parlato della possibilità di esplorare il campo della crittografia e delle cryptocurrency, indagando potenziali applicativi e conseguenti vantaggi di cui potessero godere gli utenti della piattaforma.

Una delle questioni più interessanti nel campo della tecnologia riguarda i concetti di centralizzazione e decentralizzazione. Molti di noi hanno a che fare con questo modo perché crediamo che ci possa essere una forza di decentralizzazione che metta il potere nelle mani delle persone. […] Ci sono importanti tendenze -come la crittografia e le cryptocurrency- che prendono il potere dai sistemi centralizzati e lo mettono nelle mani della gente. Tuttavia, presentano il rischio di essere più difficili da controllare. Mi interessa approfondire e studiare gli aspetti positivi e negativi di queste tecnologie e come poterli utilizzare al meglio nei nostri servizi”.

Nuova Facebook policy riguardante prodotti e servizi finanziari

Appena 20 giorni dopo, senza particolari precedenti, Facebook rende nota una nuova policy riguardo l’ads di prodotti e servizi finanziari – estesa a tutte le sue piattaforme-, condannando quelli che possono essere associati a pratiche promozionali fuorviati o ingannevoli come binary options, ICO e cryptocurrency, sottolineando come l’intenzione sia quella di salvaguardare gli utenti contro truffe, e come, nei sopracitati campi, non sempre si operi in buona fede.

L’iniziativa di Facebook fece da apripista ad un’azione massiva di ban e ad un atteggiamento forte di chiusura verso le cryptocurrency e il mercato delle ICO (che nell’anno precedente aveva avuto un successo decisamente importante) tanto da spingere Google, Microsoft, Mailchimp, LinkedIn, Snapchat e Twitter a muoversi di conseguenza e a bannare qualsiasi tipo di ads anche sulle loro piattaforme. Pochissimi giorni dopo la decisione di Facebook, il prezzo del Bitcoin subì un crollo importante: da 11,200$ a 8,800$, seguito da ulteriori crolli di valore ad ogni annuncio reso noto dai bigtech.

La decisione di Facebook venne ufficialmente spiegata qualche giorno dopo da David Marcus, a capo di Messenger, presidente di PayPal dal 2012 al 2014 e membro del board di Coinbase da appena due mesi prima, rimarcando la volontà del social network di agire con l’unico scopo di difendere la comunità: “Tutte le persone per bene del mondo crypto con cui ho parlato mi hanno ringraziato per quella mossa. La realtà è che la maggior parte di quelle ads erano truffe e non possiamo permettere che sulla nostra piattaforma ci siano truffe. Quando il settore sarà in grado di regolarsi meglio e ci saranno dei prodotti migliorati e legali che richiedono di essere pubblicizzati sulla piattaforma, a quel punto, capiremo se reintrodurre queste cose. Ma al momento, penso che l’intero settore sia molto preoccupato per ciò che sta accadendo che, nel suo insieme, delegittima il settore stesso” (David Marcus, intervista a CNBC).

Per l’occasione Marcus ha chiarito la posizione di Facebook nello sviluppo di soluzioni legate al mondo crypto:

I pagamenti effettuati tramite crypto sono al momento molto costosi e lenti, quindi le community che attualmente sono a capo delle diverse blockchain e i diversi asset hanno bisogno di risolvere tutti i loro problemi e, a quel punto, forse faremo qualcosa”.

Appena un mese dopo, è lo stesso Marcus ad annunciare la sua dipartita dal team Messenger per prendere le redini di un altro nuovissimo team, costituito ad hoc per indagare le potenzialità della blockchain.

Il post diede il via ad una miriade di indiscrezioni riguardo un imminente lancio della propria cryptovaluta, subito smentite da Facebook attraverso un comunicato: “Come tante altre aziende, Facebook sta esplorando modi per trarre beneficio dalla tecnologia blockchain. Questo nuovo piccolo tram sta esplorando diverse applicazioni. Non abbiamo altro da aggiungere”.

Fino a quel momento Facebook aveva fermamente mantenuto salda la sua posizione circa il ‘blanket ban’, dimostrandosi assolutamente irremovibile, continuando a bloccare qualsiasi tipo di ads che avesse ad oggetto prodotti e servizi legati al mondo crypto. Tutto ciò, fino all’ultima settimana di giugno, quando Rob Leathern, Product Management Director, pubblicò una nota di revisione della ads policy.

A Gennaio abbiamo messo in chiaro il fatto che abbiamo intenzionalmente impostato una policy ampiamente restrittiva a riguardo per darci del tempo e lavorare in modo tale da individuare al meglio pratiche di ads fuorvianti o sospette. Negli ultimi mesi abbiamo studiato il modo migliore per perfezionare questa policy, per consentire la pubblicazione di alcune ads, lavorando nel frattempo per assicurarci che siano sicure. Dal 26 Giugno aggiorneremo la nostra policy per consentire ads che promuovano le cryptocurrency e contenuti simili attraverso una pre-approvazione. Continueremo a proibire binary options e ICO”.

La soluzione presentata prevedeva un nuovo meccanismo -non immediato- attraverso cui chi aveva intenzione di promuovere dei determinati prodotti e servizi legati al concetto di crypto, avrebbe prima dovuto inviare un’applicazione, la cui idoneità sarebbe stata valutata da Facebook. In particolare, agli inserzionisti si chiedeva di accompagnare l’application con una documentazione molto dettagliata che includeva qualsiasi tipo di licenza ottenuta (sia se scambiata su public stock exchange o su qualsiasi altro backgroud pubblico inerente alla loro attività). Questa mossa aveva un duplice effetto a) dissuasivo, per gli inserzionisti, visto il processo molto dispendioso a livello di tempo e di risorse b) continuava a tagliare fuori la stragrande maggioranza di progetti crypto.

La settimana successiva, Evan Cheng, storica figura a capo della divisione Ingegneria di Facebook, aggiorna la sua posizione su LinkedIn. L’ingegnere raggiunge David Marcus nel nuovo team blockchain, che appena un mese dopo annuncia la sua dipartita dal board di Coinbase, sia per dedicarsi a tempo pieno al progetto Facebook sia per evitare effettivi e/o presunti conflitti di interesse.

Ad agosto, Business Insider riporta la notizia che Facebook sta lavorando con Stellar, secondo alcuni per lo sviluppo di una blockchain propria, per altri invece per il lancio di una stablecoin. Stellar Lumen nasce nel 2014 da un’idea di Jed McCaleb, co-fondatore di Ripple, ed è basata su un codice open source che permette di raccogliere diversi progetti, come stablecoin costruite sulla blockchain di Stellar. La notizia è stata prontamente smentita da Facebook che attraverso un comunicato ha fermamente chiarito di non essere coinvolta in nessun progetto con la società di McCaleb.

A dicembre Facebook apre nuove posizioni legate al mondo blockchain facendo trapelare l’intento di trasformare quello che era un team ‘piccolo’ in un gruppo di circa 40-50 professionisti di cui, secondo indiscrezioni, il 10% ex PayPal. Questo coincide proprio con la diffusione dell’indiscrezione circa il progetto dei pagamenti tramite WhatsApp in India. Nei mesi seguenti, Facebook continua ad allargare il team e nel febbraio 2019 Cheddar comunica che l’azienda di Zuckerberg ha promosso un’azione di “acqui-hire” verso Chainspace, ossia non un’acquisizione vera e propria, ma un’azione di assunzione di tutti i talenti dell’azienda. Secondo molti, l’intento di Facebook sarebbe stato quello di crescere fagocitando e inglobando una serie di start-up, fermo restando il concetto di scalabilità. Si diffonde in più la notizia che Facebook sia alla ricerca di investitori (venture capital) che consentano di finanziare gli sforzi sostenuti fino a quel momento a livello blockchain e che avesse già iniziato prendere accordi con i principali exchange, Coinbase e Gemini.

A fine aprile, in occasione dell’evento annuale Facebook F8, è di nuovo Zuckerberg a parlare: “Penso che inviare soldi a qualcuno sarà facile come inviare una foto”.

Nonostante la frase non avesse dato alcun aggiornamento concreto circa l’avanzamento dei lavori, la stampa parlava di incontri tra Zuckerberg e rappresentanti della US Treasury e della Bank Of England. D’altronde non trattandosi di una piccola community di appassionati ma di un social network dal raggio d’azione globale, la necessità di un confronto con enti istituzionali di questo tipo -anche per muoversi con i piedi di piombo- era sicuramente uno dei punti da smarcare. Si parlò anche di accordi tra il social network e colossi del mondo finanziario e del money transfer come Visa, Mastercard e Western Union.

Lo scorso 8 Maggio arriva la svolta tanto attesa: Facebook rivede nuovamente la sua policy in termini di ads:

Lo scorso giugno abbiamo aggiornato le nostre Normative pubblicitarie richiedendo il previo consenso scritto per pubblicizzare prodotti e servizi correlati alla criptovaluta su Facebook. Da allora abbiamo preso in considerazione i feedback e valutato l’efficacia della normativa. Anche se chiediamo ancora alle persone di richiedere l’autorizzazione a pubblicare inserzioni che promuovono la criptovaluta, a partire da oggi restringeremo questa normativa, in quanto non richiederemo più il previo consenso per le inserzioni relative alla tecnologia blockchain, alle notizie del settore, alla formazione o a eventi legati alla criptovaluta”.

Quali siano gli esatti piani di business di Facebook, e le conseguenti tempistiche, non è dato saperlo con certezza, e non è facile da intuire, nonostante le ultime indiscrezioni (fatte trapelare da Laura Mccracken – Head of Financial Services in North Europe) vedano il Facebook Coin già pronto all’uso da fine mese, con un white paper in uscita il 18 giugno.

Una scelta di innovazione

L’idea di creare una cryptovaluta a larga diffusione è una chiara dimostrazione di intenti e di ambizioni, prima fra tutte quella di non risultare impreparati all’interno di un contesto concorrenziale e competitivo decisamente popolato. Sostenere la crescita di una tecnologia decisamente disruptive è un’attestazione di potere sia nei confronti di chi questa tecnologia ha contribuito a crearla (una comunità diffusa) sia nei confronti degli altri giganti della tecnologia come Google, che ha recentemente iniziato a muoversi in questo campo in termini più concreti con la sua blockchain privata al servizio della propria piattaforma di cloud computing, ma in maniera decisamente più lenta, o Yahoo! che possiede il 40% del crypto exchange TaoTao.

Un modo per rilanciare la popolarità del social network

Recentemente la popolarità di Facebook è stata inficiata da:

  • Lo scandalo Cambridge Analytica
  • Fattori demografici e tendenze sociali

Cambridge Analytica ha portato alla luce del sole tutte le carenze di Facebook nella gestione dei dati personali dei suoi utenti, creando un vero e proprio scandalo che ha messo a dura prova la validità della piattaforma di Zuckerberg. La necessità di risolvere alla base e in maniera definitiva tutte le imperfezioni circa la gestione dei dati ben si sposerebbe con il concetto di blockchain e le sue caratteristiche di time-stamp e tamper-proofing: l’adozione di un “registro distribuito” permette una gestione più sicura e affidabile dei dati. Uno storage di dati con la protezione di sistemi crittografici potrebbe essere una soluzione -seppur particolarmente articolata e costosa- che garantirebbe una gestione più efficace della mole di dati dei suoi utenti e potrebbe dare la percezione ai 2,2 miliardi di utilizzatori di Facebook di essere in pieno possesso dei dati.

I giovani non si interessano più a Facebook: dopo il boom del decennio passato, non solo la fascia di età compresa tra i 15 e i 20 anni non si iscrive su Facebook, ma quelli che ci sono già o sono profili inattivi o hanno una durata media davvero bassa (cancellazione del profilo). Questo porta ad una riflessione su chi popola effettivamente e attivamente Facebook e sulle ripercussioni che questa composizione demografica ha sui modi e l’efficienza dell’utilizzo della piattaforma.

Grafico della distribuzione degli utenti di Facebook per età

Secondo una recente ricerca di Diar, attualmente gli utenti Facebook con meno di 35 anni sarebbero meno della metà. A questo si somma il fatto che: a) solamente il 3% degli utenti Facebook ha meno di 18 anni b) la distribuzione degli utenti è sbilanciata verso destra, identificando un’età media degli users sempre più alta c) il tasso di ricambio è basso d) il numero di retirees (+65 anni) è raddoppiato dal 2012 e) il numero di persone che decidono di abbandonare il social media è in crescita.

La scelta di proporre la Global Coin potrebbe da un lato incontrare un blocco demografico di utenti ‘troppo anziani’ per abbracciare e comprendere appieno la rivoluzione tecnologica, dall’altro fungere da calamita per attirare nuovi giovani utilizzatori soprattutto all’interno della completa integrazione del sistema Messenger, WhatsApp e Instagram (i quali resterebbero formalmente separati, ma impiegherebbero tecnologie comuni).

Cosa sarà Global Coin?

Una cryptovaluta simile al bitcoin? Improbabile. Un nuovo metodo/strumento di pagamento? Molto più probabile.

Il token di Facebook è pensato per essere una valuta senza frontiere e senza commissioni, globale e conveniente, che renderebbe il trasferimento di denaro più facile ed immediato, il cui utilizzo sarà promosso all’interno del preciso sistema definito da Facebook, soprattutto nei paesi di sviluppo, dove le valute sono tendenzialmente più volatili.

La progettazione di ATM fa intuire la volontà di usare il token anche per i pagamenti fisici: le recenti indiscrezioni parlano sia della possibilità di scambiare il token con altre valute sia dell’applicazione pratica nel mondo del commercio, attraverso un bonus che Facebook garantirebbe ai commercianti che dovessero decidere di adottare questo mezzo di pagamento.

Se le cose dovessero davvero andare in questo verso, il token di Facebook potrebbe ergersi a strumento innovativo da utilizzare nella daily economics, soprattutto in quella di quei paesi in via di sviluppo e/o dove la volatilità della moneta fiat è particolarmente alta (il che crea una certa instabilità nella gestione personale delle proprie finanze), e/o nei paesi dove l’inclusione finanziaria è molto bassa. Non a caso in tanti di questi paesi molte persone decidano di non avere un conto in banca. Secondo l’ultimo report dello scorso giugno della Banca Mondiale, i dati attesterebbero che circa 1,7 miliardi di adulti non possiede un conto in banca: si parla di 224 milioni in Cina, 191 in India e 99 in Pakistan.

Si pensi all’adozione massiccia del Bitcoin in Venezuela: il Paese, colpito da una grave crisi politica ed economica (con Pil crollato del 47%) e da una vertiginosa inflazione (si stima un incremento del 20.000.000%) ha visto aumentare in maniera esponenziale il volume dei bitcoin scambiati.

Grafico dei Paesi ove la popolazione adulta non possiede un conto bancario

Grafico del volume di Bitcoin in Venezuela

La diffusione di strumenti che consentono scambi di denaro tra persone che non possiedono un conto in banca è materia di sviluppo da diversi anni: Apple Pay, Venmo, Google Pay, WeChatPay sono tutti strumenti nati e sviluppati in questo senso. Nel 2007 nasce in Kenya M-Pesa, uno strumento che consente di utilizzare lo smartphone come un vero e proprio portafoglio: è utilizzato da circa il 70% della popolazione, su di esso passa circa il 49% del PIL del Paese.

Il token di Facebook si inserirebbe nell’insieme di tutte le rivoluzioni che stanno lavorando alla digitalizzazione della moneta e della trasposizione immediata del suo valore online, rendendo diverse valute facilmente e velocemente scambiabili. Si pensi a piattaforma come TransferWise o Revolut, che consentono scambi peer-to-peer a livello globale di valute diverse, assicurando corrispondenza di valore. Tutto rientra nel concetto promosso dalla OmiseGO (OMG) di Banking the Unbanked: “OmiseGO’s goal is to help individuals with limited access to banks enjoy even more privileges than those banked. The positioning is not to be regarded as another altcoin or cryptographic currency. Bringing the real-time solution to the populace is at the core of OmiseGO’s vision”.

Proprio questo intento dichiaratamente globale e massivo spiegherebbe gli incontri istituzionali (governi e banche) e con le grandi aziende internazionali del campo finanziario e della gestione dei pagamenti, nonché la volontà di ‘esternalizzarne’ il controllo. Quest’ultima -importante scelta strategica- potrebbe da un lato incoraggiare la fiducia nel sistema e nell’adozione dello stesso (considerando anche i recenti scandali di cui Facebook è stato protagonista) dall’altro rassicurare i regolatori finanziari.

Sulla questione del controllo, nonostante Facebook abbia sempre recitato come credo costitutivo il concetto di “decentralizzazione”, le intuizioni -anche in relazione alla cessione del controllo- spingono verso un concetto di “centralizzazione”. Da qui l’indiscrezione secondo cui Zuckerberg avrebbe fissato a 10 milioni di dollari la fee che le aziende sarebbero tenute a pagare per la gestione di un nodo all’interno del network. Non è noto come gli operatori dei nodi esattamente trarrebbero profitto dalla partecipazione, ma è certa l’esistenza di un meccanismo di reward (commissioni sulle transazioni o token sbloccati). Secondo le notizie trapelate recentemente, Facebook potrebbe già partire con 100 nodi (contro i 8000-9000 nodi del Bitcoin). I 10milioni di dollari di fee tuttavia fanno intendere la chiara volontà di limitare il controllo ad una singola entità, ponendosi come una sostanziale barriera d’entrata per l’acquisto di altri nodi.

Tutti noi abbiamo il potere di essere dei leader. E se molti di noi lavorano per costruire una community e far sì che le persone possano essere più vicine, possiamo cambiare il mondo”, recita la mission di Facebook invocando alla decentralizzazione.

“Molti di noi”, non “tutti noi”, giusto per puntualizzare.

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